Is fast fashion era ending?

Fast-Fashion

This reflection comes from the opening of a random closet.

The choices and colors change from season to season, but the way we buy has changed too.

In 2003 (maybe) Italy began to perceive the economy of fast fashion, the ability to have many leaders (trendy) at a competitive price. But above all very very similar to the proposals of the great luxury brands that we can’t afford.

All this stimulates the medium into the acquirer an uncontrollable hunger for compulsive buying, due also to the economy of shortage. “If I do not buy now I will not find more for sale” and the credit card strips. And the houses of luxury fashion are forced to churn precollections to don’t bore the customer.

Stressing over how the designers, think for example the case of Raf Simons and Dior.

Questa riflessione nasce dall’apertura casuale di un armadio qualsiasi.

Le scelte e i colori mutano di stagione in stagione, ma anche il nostro modo di comprare è cambiato.

Era forse il 2003 quando in Italia si è cominciato a percepire l’economia del fast fashion, la possibilità di avere tantissimi capi (trendy) ad un prezzo competitivo. Ma soprattutto: molto molto simili alle proposte dei grandi marchi di lusso.

Tutto ciò stimola nell’acquirente medio una fame incontrollabile di acquisto compulsivo, dovuta peraltro all’economia della scarsità. “Se non lo compro adesso non lo troverò più in vendita” e si striscia la carta. E le case di moda di lusso sono costrette a sfornare precollezioni per non annoiare il cliente.

Stressando oltre modo i designer, si pensi ad esempio il caso di Raf Simons e Dior.

Fast Fashion

This strategy of fast fashion borders on the limits of legality, plagiarism is obvious at least since the advantage in purchasing.

To fashion companies is more expensive to pay any legal wrangling rather than acquiesce tacitly to copy. In the end it comes to hidden advertising sold to a different target, who could never buy the luxury brand.

All this creates an accumulation of wishes fulfilled in our closet, lasting a season or so. Due to the low quality of the product or changing fashion in a flash. A waste of huge finances and space.

That in 2015 is this trend changing?

Questa strategia del fast fashion rasenta i limiti della legalità, il plagio è palese almeno quanto il vantaggio nell’acquisto. Ma come si mantiene questo circolo vizioso?

Alle aziende di moda risulta più costoso pagare le eventuali beghe legali piuttosto che acconsentire tacitamente alla copia. Alla fine si tratta di pubblicità occulta venduta ad un target diverso, che non riuscirebbe mai a comprare il brand di lusso.

Tutto ciò genera un accumulo di desideri esauditi nel nostro armadio, che dura una stagione o poco più. A causa della bassa qualità del prodotto o della moda che cambia in un battibaleno. Uno spreco immane di finanze e spazio.

Che nel 2015 questa tendenza stia cambiando?

Buy Less Choose Well

The conscience of society is realizing that maybe it’s better to invest in a garment more durable and better quality, rather than in a lightning crumb style.

But, as pointed out harshly by Lucy Siegle of The Observer, the real challenge will be to deter the younger buying fast fashion. It was verified that the average duration of this type of head is six weeks, the production exploits workers underpaid, the materials used to produce clothes often contain excessive quantities of lead (injurious to health) and are composed of fibers derived oil and low eco-sustainability. The solution presented by the journalist is to boycott the brands of fast fashion, shouting “what do I wear?”, For a greener conscience.

2015 really was the athleisure year, with Nike and Adidas first as top 10 best-selling brands, third Givenchy and off the charts Zara and H&M.

Perhaps the evolution has begun, we will see developments in the coming months.

La coscienza comune sta realizzando che forse è meglio investire in un capo più duraturo e qualitativamente migliore, piuttosto che in una fulminea briciola di stile.

Ma, come sottolineato duramente da Lucy Siegle su The Observer, la vera sfida sarà far desistere i più giovani all’acquisto di fast fashion. È stato attestato che la durata media di questo tipo di capo sia 6 settimane, la produzione sfrutti lavoratori sotto pagati, i materiali con cui sono prodotti i vestiti spesso contengono dosi troppo elevate di piombo (dannoso per la salute) e sono composti di fibre derivate dal petrolio e a bassa eco-sostenibilità. La soluzione presentata dalla giornalista è quella di boicottare i marchi del fast fashion al grido di “what do I wear?”, per una coscienza più verde.

Il 2015 in realtà è stato l’anno dell’athleisure, con Nike e Adidas primi nella top 10 dei marchi più venduti, terzo Givenchy e fuori classifica Zara ed H&M.

Forse l’evoluzione è iniziata, vedremo gli sviluppi nei prossimi mesi.

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